«Aiuto! Mi tirano i denti». Un uomo da dietro le sbarre, la bava alla bocca per le urla, stringe tra le dita un molare, il viso contratto per il delirio. «Aiuto, aiutatemi sono costretto a tirarmi i denti altrimenti me li tolgono tutti, vengo trattato male mi danno delle medicine e se non le voglio ingerire mi legano al letto con la forza.  Voglio la televisione la gente deve sapere ma ha paura. No, deve sapere sono due anni che mi hanno chiuso qui dentro dov’è finita l’Italia?».
Le urla disperate di tanti uomini dalle vite spezzate e i loro diritti dimenticati.

Non è un romanzo di Victor Hugo, ma il documentario-inchiesta di Francesco Cordio sulle insane e incivili condizioni negli Opg (Ospedali psichiatrici giudiziari), patrocinato da Amnesty International, che da anni si batte per il rispetto dei diritti dell’uomo. Il film “Lo Stato della Follia”, è il resoconto delle visite che la commissione parlamentare d’inchiesta ha fatto, a sorpresa, nei sei Opg presenti in Italia: Montelupo Fiorentino, Aversa, Napoli, Reggio Emilia, Barcellona Pozzo di Gotto-Messina e Castiglione delle Stiviere-Mantova.
Oltre al problema del sovraffollamento dei reparti, questione più volte affrontata anche per quel che riguarda le carceri giudiziarie, ciò che lascia sconcertati sono le condizioni in cui versano questi luoghi. Le immagini crude riportano spazi degradati dove mancano i servizi igienici, dove non ci sono i vetri alle finestre, dove regna la sporcizia. Stanze, o meglio gabbie, di quattro metri per due, in cui sono detenuti almeno tre o quattro persone. Per non far risalire gli scarafaggi si è costretti a mettere la bottiglia dentro il buco della turca.

A raccontare sembra difficile crederci, eppure questi budelli di stanze e corridoi, in cui la dignità umana viene completamente calpestata sono reali. Gli Opg trovano la loro sostanza nel codice fascista, il codice Rocco. Le istituzioni sono rimaste sostanzialmente estranee e impermeabili alla cultura psichiatrica riformata e il meccanismo di internamento non è stato influenzato dalla legge 180, conosciuta anche come “Legge Basaglia”, del 1978, che ha determinato la chiusura dei manicomi.

Ma chi viene internato negli Opg? In questi “manicomi”, perché di manicomi si tratta, sono rinchiusi quegli uomini e quelle donne ritenuti dalla magistratura «socialmente pericolose»,  la cui definizione sfugge anche al contesto medico-scientifico, e dove il reato commesso non è imputabile all’uomo, ma al suo stato di “follia”. «Nell’immaginario collettivo si è convinti che negli Opg ci siano serial killer – testimonia Denise, un’attivista dell’associazione “Stopopg” – assassini efferati accusati di aver sterminato intere famiglie, ma è stato appurato che nella stragrande maggioranza dei casi i detenuti sono persone che andrebbero curate a causa di malattie mentali dovute a solitudine, povertà, marginalità, alla mancanza di un tessuto di protezione, condizioni che portano gli internati ad essere ritenuti socialmente pericolosi. Mi riferisco ad esempio a chi orina in giardini pubblici, a chi riversa la sua furia su una “slot machines” per aver perso quei pochi soldi in suo possesso, soggetti riconosciuti incapaci di intendere e di volere e che, spesso, non possono nemmeno appropriarsi  del reato che hanno commesso».
Nel 1982 la sentenza della Corte Costituzionale n. 139 stabilisce che la pericolosità sociale non può essere definita una volta per tutte, come se fosse un attributo naturale di quella persona e di quella malattia. Deve essere invece relativizzata, ovvero messa in relazione ai contesti, alla presenza di opportunità di cure e di emancipazione relative alla disponibilità di risorse e di servizi. Deve dunque essere vista come una condizione transitoria. Condizione transitoria opinabile per molti degli istituti, perché a dispetto di questa definizione esistono i cosiddetti  “ergastoli bianchi”.

È il caso di un uomo che nel 1992 venne arrestato per una rapina a “mano armata”, nel senso letterario del termine, perché nascose la mano sotto la maglia fingendo di possedere una pistola. La cifra trafugata ammontava a settemila lire. La pena comminata dal giudice fu di diciotto mesi da internato nell’Opg, condanna che si è poi prolungata fino a diciotto anni.

Ad oggi su 800 internati si è constato che già la metà sono da subito dimissibili, sono solo poche decine le persone cui serve ancora sostegno. Le tante associazioni che si battono per la chiusura di questi ospedali psichiatrici, come “Stopopg”,  nel corso degli ultimi anni hanno presentato alcune proposte di legge per l’abolizione degli Opg. Un’ipotesi è la loro regionalizzazione, col passaggio dall’amministrazione penitenziaria a quella sanitaria auspicando la chiusura progressiva dei sei istituti di detenzione.  «A questo punto – spiega un’altra attivista – potrebbero essere attuati particolari programmi terapeutici e riabilitativi sia all’interno del carcere sia in corso di misure alternative alla detenzione, quali la semilibertà, gli arresti domiciliari, l’ospitalità presso comunità terapeutiche o Centri di salute mentale. Ciò con il vantaggio che i cittadini, anche se “folli”, riacquistano in pieno i loro diritti, compreso quello, apparentemente paradossale, di essere condannati, di poter espiare la pena, intaccando la pesantezza dello stigma che vuole “il folle” sempre incapace e irresponsabile».