La corretta gestione del ciclo dei rifiuti, si sa, rappresenta un tema particolarmente ostico per amministratori di ogni ordine e grado. Tema che in regioni come Lazio e Campania, ad esempio, ha evidenziato le non poche falle di un processo evidentemente affrontato utilizzando, e sbagliando, la logica del problema. Quella di come disfarsi dei rifiuti, badando poco a come rendere il processo sostenibile sotto il profilo sia ambientale sia economico.

Una logica che si è tradotta, in più riprese, in multe salatissime che l’Unione Europea ha inflitto a un’Italia perennemente in ritardo sugli obiettivi comunitari fissati in questo senso. Uno tra tutti quello relativo alla raccolta differenziata che oggi, evidentemente, impone un’analisi seria dei dati, ponendo come obiettivo principale il superamento della classica logica del problema per arrivare a quella dell’opportunità.

Per molti anni, infatti, esempi eclatanti di mala gestione in questo senso, primo tra tutti quello campano, legato alla lunghissima fase emergenziale, hanno diffuso nella maggior parte di noi l’idea che il capitolo “monnezza” fosse un ginepraio di problematiche alle quali è estremamente complicato dare soluzione. Niente di più falso.

ecoballe

Negli stessi anni in cui la Campania vedeva sorgere mega discariche e piramidi di balle, infatti, in alcune località d’Italia si lavorava per portare avanti strategie di valorizzazione dei rifiuti urbani, trasformandoli da scarto in risorsa. Esempio più significativo, quello di Vedelago, piccolo comune in provincia di Treviso, dove ha sede un centro di riciclo ispirato alle cosiddetta teoria “Rifiuti Zero” che, al di là delle recenti vicende giudiziarie che hanno colpito la società di gestione (il Tribunale di Treviso, con sentenza dello scorso dicembre, ne ha decretato il fallimento per la forte situazione debitoria, ndr), grazie alle soluzioni tecnologiche adoperate è diventato un vero e proprio punto di riferimento per visitatori e delegazioni di esperti provenienti da tutto il mondo.

Dalla provincia di Treviso a quella di Lucca, nel Comune di Capannori, sede del centro di ricerca “Rifiuti Zero” presso il quale, oltre alle pratiche di riciclo, vengono continuamente studiate strategie finalizzate all’orientamento del mercato verso la produzione di imballaggi ecocompatibili e/o compostabili, come quella che ha spinto ha spinto una nota azienda italiana produttrice di caffè a investire nella realizzazione di capsule monouso in materiale compostabile.

È evidente quindi, che il panorama della gestione dei rifiuti urbani, o meglio, dei materiali post consumo, definizione che meglio inquadra quel passaggio da problema a opportunità, è molto ricco di approcci utili al miglioramento complessivo della sostenibilità del ciclo dei rifiuti.

Ma quando si parla di sostenibilità in questo senso, il dato di riferimento principale, prima ancora di quello relativo alle percentuali di raccolta differenziata, deve essere quello relativo ai rifiuti prodotti.

In Europa infatti, l’ultimo dato medio certificato sulla produzione di rifiuti urbani (Rapporto ISPRA 2014) parla di una flessione nel 2012 rispetto al 2011, pari al 2,4%, con un picco del 4,4% raggiunto tra le nazioni europee più popolate, in Italia e in Spagna. Dato, quest’ultimo, tutt’altro che casuale perché se da un lato evidenzia il crescere di comportamenti virtuosi della cittadinanza nell’ambito della produzione di rifiuti, dall’altro si tratta di cifre che portano in conto gli effetti del lungo periodo di crisi economica che ha prodotto una sensibile riduzione dei consumi e conseguentemente dei rifiuti prodotti.

Le regioni del sud fanalino di coda, Sicilia e Calabria al 15% di raccolta differenziataNel nostro Paese, in particolare, in un quadro complessivo che restituisce una differenziata attorno al 40%, a tutto il 2014, emergono ancora marcate disparità territoriali che relegano le regioni del sud al ruolo di fanalino di coda nella graduatoria regionale che spazia dal 65% di Veneto e Trentino Alto Adige, allo stentato 15% di Sicilia e Calabria. E se il dato nazionale fa ben sperare, visto che l’Italia è tra le prime nazioni europee ad aver evidenziato un forte miglioramento tendenziale nel triennio 2010-2012, confermato anche nel 2013, di certo si tratta di una soddisfazione a metà, poiché sulla maggior parte del territorio nazionale si fatica a raggiungere quel limite del 65% di raccolta differenziata che la legge voleva raggiunto entro il 2013.

Pare ovvio a questo punto che la richiesta di un ulteriore sforzo per allinearsi al dato normativo, si traduce intrinsecamente in un impegno maggiore proprio per le regioni meridionali, che fino ad oggi si sono ritrovate a pagare a caro prezzo la poca lungimiranza della classe politica che le ha amministrate negli ultimi vent’anni.

 

Non è un caso, infatti, che in un contesto europeo che conferma un calo della quantità di rifiuti conferiti in discarica e negli inceneritori, in Italia, e nel Mezzogiorno in particolare, si continua a rispondere con improbabili ipotesi di costruzione di nuovi impianti di incenerimento, che di fatto non aiutano la crescita delle percentuali di raccolta differenziata, o con tristi dati che parlano di regioni come Calabria, Molise e Sicilia in cui lo smaltimento in discarica supera ancora l’80%.

Per non parlare dei dati sul riciclo e sul trattamento della frazione organica, con quest’ultima che rappresenta uno dei parametri fondamentali per l’efficienza del ciclo dei rifiuti. Sappiamo, infatti, che la frazione organica, il cosiddetto umido, rappresenta circa un terzo della produzione complessiva di rifiuti procapite il che, associato alla scarsità degli impianti di compostaggio che caratterizza le regioni meridionali, obbliga queste ultime a smaltire l’umido in discarica ovvero a spedizioni fuori regione o transfrontaliere che fanno lievitare sensibilmente la tassa che poi ogni cittadino si ritrova a dover pagare.

In Campania la pratica del compostaggio avrebbe potuto rappresentare un vero e proprio volano economico-occupazionaleIn regioni come la Campania, ad esempio, pur con dati recenti che la collocano davanti a regioni come la Toscana sul piano della differenziata, e pur con 10 impianti pubblici inseriti nel Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti Urbani, di cui solo quello di Teora (Avellino) effettivamente operativo, la pratica del compostaggio, oltre al sensibile contributo nell’ambito dello smaltimento dei rifiuti, avrebbe potuto rappresentare un vero e proprio volano economico-occupazionale. Basti pensare al caso del Veneto, dove la filiera del compostaggio, in un territorio dalla spiccata vocazione agricola (come lo è anche la Campania), ha aperto le porte alla produzione di compost di qualità, impiegato nelle aziende agricole come fertilizzante naturale al posto dei ben più aggressivi concimi chimici prodotti dalle multinazionali del settore.

Appare evidente quindi, la necessità di riformare le politiche di gestione dei rifiuti utilizzando soluzioni semplici e facilmente praticabili che troppo spesso negli ultimi anni sono state scarificate sull’altare del profitto di lobbies senza scrupoli dell’incenerimento e delle discariche. È il momento di favorire gli interessi di chi paga e non di chi incassa.