Era il 1958 quando Renato Carosone, al lato B del disco “O Sarracino”, pubblicò una canzone destinata a entrare nella storia: “Caravan Petrol”. Il testo di Carosone denunciava, mediante la satira, la spasmodica ricerca del petrolio a cui si assisteva a quei tempi. Solo cinque anni prima era infatti nata l’Eni – Ente nazionale idrocarburi, ente pubblico ideato e retto da Enrico Mattei. La legge 136 del 10 febbraio 1953 attribuiva all’Eni il compito di “promuovere e intraprendere iniziative di interesse nazionale nei settori degli idrocarburi e del gas naturale”.  Nonostante l’Eni fosse nato per sfruttare le risorse petrolifere della Pianura Padana, i ritrovamenti petroliferi sul suolo italiano, concentrati a Cortemaggiore, nel Piacentino e a Gela, in Sicilia, non si rivelarono però particolarmente abbondanti. Gli anni ’50 furono tuttavia   contraddistinti da un grande attivismo nel settore e svilupparono notevolmente la rete di gasdotti sul territorio nazionale.

L’Italia è al quarto posto fra i Paesi europei produttori di petrolio e al 49° a livello mondialeOggi l’Italia, secondo le ricerche condotte dalle multinazionali petrolifere dal secondo dopoguerra, possiede grandi giacimenti di petrolio e gas naturale, posizionandosi al quarto posto fra i Paesi europei produttori di petrolio e al 49º come produttore mondiale di petrolio per quantità (0,1% sul totale della produzione mondiale, secondo la Shell). Il più importante giacimento sarebbe in val d’Agri, in Basilicata, il quale costituirebbe la più grande riserva petrolifera dell’Europa continentale. Il Ministero per le lo Sviluppo Economico ha stimato nel 2012 che le quantità di petrolio nel sottosuolo italiano sono pari a 82,1 milioni di tonnellate di riserve “certe”, ovvero 599 milioni di barili. A esse vanno poi sommate le 100,8 milioni di tonnellate di riserve probabili e 55,3 milioni tonnellate di riserve possibili. E non è da meno la nostra riserva di gas: 59,4 miliardi di smc di riserve certe di metano; 63,4 miliardi di smc di riserve probabili e 21,7 miliardi di smc di riserve possibili. Furono questi dati a spingere il Mise a rilasciare 115 permessi di ricerca (94 su terra e 21 in mare) e 200 concessioni di coltivazione (134 su terra e 66 in mare) tra Emilia-Romagna, Lombardia, Basilicata, Abruzzo, Puglia, Calabria e Sicilia.

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I Comuni irpini puntano a rilanciare le economie produttive locali piuttosto che alla ricerca degli idrocarburi sul territorioCosì, mentre a Calvello (Potenza) il sindaco ha accettato di buon grado i pozzi petroliferi pur di avere royalties da redistribuire ai cittadini e a Viggiano (Potenza) il primo cittadino chiede di avere voce in capitolo per la scelta delle modalità operative con cui estrarre l’oro nero, i sindaci dei Comuni irpini hanno fatto fronte comune nel richiedere alla Regione e al Governo che si rinunci alla ricerca degli idrocarburi sul territorio, puntando invece sul rilanciare le economie produttive locali legate all’acqua, al vino e all’intero settore agroalimentare. Una Petizione presentata alla Regione Campania e al Governo Italiano lo scorso 1 aprile dal Coordinamento Irpino “No Triv” sostiene che dal 2012 (data in cui si sanciva l’avvio di ricerche in 40 Comuni della provincia di Avellino) la Regione Campania non sia stata in grado di presentare una “Valutazione di Impatto Ambientale” capace di dimostrare l’inconciliabilità delle perforazioni petrolifere in Irpinia.

Ma perché mentre si assiste a continui tracolli del prezzo del petrolio, da un lato vi è chi continua a cercarlo e dall’altro chi si dedica all’applicazione delle nuove tecnologie per sostituire le fonti energetiche tradizionali con quelle rinnovabili? Quel che è certo è che siamo in presenza di una grande occasione di ricchezza economica. La Direzione generale per le risorse minerarie ed ernergetiche del Mise ha infatti dichiarato che le royalties agli Enti pubblici per l’anno 2012 sono state pari a oltre 330 miliardi di euro.

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Eduard Natale, ricercatore presso il Dipartimento di Ingegneria Elettronica e Information Technology dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, nonché portavoce del Comitato “No Petrolio Alta Irpinia” afferma: «Attualmente le nuove tecnologie consentono di raggiungere profondità maggiori, utilizzando tecniche come il fracking (fratturazione idraulica). Ciò permette di abbassare i costi legali alla filiera del petrolio e di continuare a cercarlo anche in giacimenti che si riteneva fossero esauriti. Il petrolio allo stato attuale è necessario (ovviamente ci sono territori profondamente inadatti), ma nel frattempo è opportuno migrare verso forme di energia pulita (eolico, solare, ecc.), l’importante è che il passaggio sia ad impatto ambientale praticamente nullo. Un territorio come l’Irpinia non può basare la propria economia sul petrolio, poiché non porta benefici né a medio né a lungo termine. Un territorio come l’Irpinia deve rilanciare le proprie eccellenze agricole e turistiche, facendole uscire dal confine provinciale o regionale».

Ma quanto contano oggi sulla questione le voci delle istituzioni locali, che pure sono controverse? Sembrerebbe molto poco in seguito al decreto legge n. 133 del 12 settembre 2014 (“Sblocca Italia”). Il Governo ha infatti attribuito alle attività di rigassificazione e a quelle di ricerca ed estrazione di idrocarburi «carattere di interesse strategico […] di pubblica utilità, urgenti e indifferibili». Nello “Sblocca Italia”, inoltre, il governo Renzi ha pensato di regolamentare anche le royalties delle Regioni a proprio vantaggio, includendo gran parte di esse nel Patto di Stabilità.

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Il Premier sostiene che il progresso e la ricerca non possano fermarsi per dei “comitatini” Il Premier non ha dato adito a dubbi sulle intenzioni del Governo, sostenendo che il progresso e la ricerca non possano fermarsi per dei “comitatini” (Greenpeace, Legambiente…). Ma i timori delle associazioni sono solo un altro frutto del “Partito del No” o vi sono reali pericoli legati all’estrazione e alla ricerca delle fonti energetiche tradizionali sul territorio nazionale? Maria Rita d’Orsogna, fisico e docente universitario a Los Angeles, sostiene da anni che, sebbene ad ogni trivellazione non segua necessariamente un evento sismico, non si possa escludere questa possibilità. «Io penso che non esista il partito del “No” – ci dice Eduard Natale – ma che esista piuttosto la piena consapevolezza, da parte di alcuni gruppi, associazioni, comitati, che non tutti i territori si prestano allo stesso modo a progetti di ricerca o coltivazione di idrocarburi. Il deserto del Texas non è paragonabile alle valli dell’Irpinia o della Basilicata, ricche di eccellenze agricole e di acqua, il bene più prezioso che abbiamo. Ci sono pubblicazioni scientifiche che descrivono come alcuni campioni di miele della Val D’Agri in Basilicata contengano tracce di idrocarburi, oppure rilevamenti effettuati da geologi nelle acque della Val D’Agri che mostrano la presenza di metalli pesanti: tutte esperienze che contribuiscono a dimostrare che non vi è compatibilità tra estrazione o ricerca di petrolio e ambiente».

Noi siamo certi che per la definizione della materia la strada sia ancora lunga e pertanto – come le stelle di Cronin, legate alla storia dei minatori del Galles – noi staremo a guardare…