Dal Blog di Carmen Granito: Graeciae, racconti da un altro Sud

Akademia è un quartiere malandato della prima periferia di Atene, di quelli fatti di palazzoni anni ’70 e cassonetti sgangherati. Si è sviluppato intorno a un piccolo parco – una delle poche aree verdi della città – dove puoi andare a fare jogging, passeggiare col cane o fare un picnic veloce in pausa pranzo. Basta stare attenti ai mozziconi di colonne ioniche, capitelli e lastre antiche seminati ovunque nel prato. Nel IV secolo a.C. questa era l’Accademia di Platone, il posto dove il dialogo antiautoritario e la conoscenza erano la strada per cambiare la società.

Evangelos Kyriakidis

Evangelos Kyriakidis

Evangelos Kyriakidis, professore di preistoria egea e gestione dei siti archeologici, siede sulla panchina accanto a me, mi racconta l’effetto della crisi greca sull’università e rispolvera la stessa idea della scuola platonica: «Istruzione e ricerca sono la soluzione alla crisi, non il problema da risolvere. Invece ora l’università – che in Grecia è statale – è tra i primi enti a soffrire. Non ci si rende conto che investire nell’istruzione, soprattutto negli ambiti collegati all’economia, è un must per il cambiamento, e può dare risultati anche a brevissimo termine».

Evangelos non parla per slogan, ma per esperienza personale. Cinque anni fa ha portato ad Atene il master in Heritage Management dell’Università del Kent grazie alla collaborazione con la Athens Business School. Secondo la valutazione REF (Research Evaluation Framework), l’impatto socio-culturale del programma è stato inferiore solo a Cambridge: «I siti archeologici e i musei del Paese hanno tratto beneficio dai progetti dei nostri studenti, che li usano come laboratorio per le loro proposte innovative di gestione e promozione». E la crisi non ha scoraggiato gli studenti internazionali, che continuano ad arrivare ad Atene «non solo per l’immenso patrimonio culturale che la città ha da offrire, ma per mostrare solidarietà al Paese contro il ritratto ingiusto che i media internazionali ne stanno facendo, e anche perché sentono che la storia mondiale ancora una volta si sta scrivendo in Grecia».

La collina dell’Acropoli e l’Agorà (Atene)

La collina dell’Acropoli e l’Agorà (Atene)

Ma a parte le piccole realtà virtuose come questa, quali sono le emergenze dei beni culturali in Grecia? «Sorprendentemente, il numero di lavoratori nel settore è rimasto stabile nonostante i molti licenziamenti e pensionamenti, soprattutto grazie ai finanziamenti privati delle imprese edilizie e ai fondi strutturali europei che stanno supportando diversi progetti di conservazione e scavo. Questo non significa che i siti non siano deteriorati o che non ci siano emergenze, al contrario. Il problema, però, non è semplicemente la mancanza di fondi statali, ma anche il cattivo uso delle risorse umane. Chi gestisce i beni culturali di solito è un esperto nella storia e archeologia del sito o museo che dirige, ma non è preparato ad affrontare le sfide gestionali».

Già, le sfide gestionali. Evangelos si riferisce alla pianificazione strategica, al marketing, alle attività di public engagement. Aree che, se potenziate, aumenterebbero esponenzialmente le entrate di siti e musei, ma che spesso destano il sospetto di archeologi e opinione pubblica, in Grecia come in Italia. Il piano del Ministero da 21 milioni di euro per ricostruire il pavimento del Colosseo e realizzare «spettacoli di alto livello culturale», per esempio, ha suscitato un bel vespaio. Opportunità per divulgazione e crescita o mercificazione hollywoodiana della storia del Paese? «Credo che sia nostro dovere proteggere non le pietre, ma ciò per cui le pietre stanno, divulgare i valori del patrimonio culturale, raccontarli ai nostri concittadini e ai nostri figli. Far rivivere le pietre e vivacizzarle nell’immaginazione della gente è un fatto positivo. Naturalmente questo non deve mai danneggiare le pietre né ridicolizzarne i valori. Per esempio, invece dei gladiatori kitsch, che ti costringono a scattare la foto davanti al Colosseo, avere attori professionisti interni alla struttura, con i costumi giusti e una preparazione accurati, sarebbe più rispettoso per il luogo e più coinvolgente per i visitatori».