«Non aspettare che l’aiuto venga da fuori, ma organizzarsi per creare opportunità di sviluppo, valorizzando ciò che esiste sul territorio». È uno stravolgimento del modello d’intervento per il Meridione quello di cui parla Carlo Borgomeo nel saggio L’equivoco del Sud – Sviluppo e coesione sociale, edito da Laterza. L’attuale presidente della Fondazione con il Sud non solo esamina la mancata realizzazione delle politiche di sviluppo per il Mezzogiorno, indicandone i motivi, ma mostra un percorso diverso, con alcune parole d’ordine: coesione sociale, responsabilità, cultura del bene comune.

Possiamo definire L’equivoco del Sud il tentativo di ricordare gli errori del passato per non ripeterli nel futuro?

«In parte sì, ma ha un’ambizione maggiore, ovvero proporre una strada per lo sviluppo del Sud che tenga conto delle politiche del passato che non hanno funzionato, di quelle che avrebbero potuto funzionare ma che sono state abbandonate con troppa facilità e dei cambiamenti epocali di questi anni. Occorre un cambio di paradigma, che veda la coesione sociale come condizione essenziale per lo sviluppo del nostro Mezzogiorno. La questione meridionale è, ormai palesemente, una questione sociale: di nuove povertà, di diversi bisogni, di frammentazione del tessuto civile. Non si può continuare a pensare che il sociale sia subordinato alla crescita e rappresenti un ambito su cui intervenire solo in presenza di una economia fiorente. È esattamente il contrario. Se non c’è una comunità coesa, non c’è amore per le regole e non c’è sviluppo».

Nel libro parla di «superare la cultura del divario del Pil fra nord e sud». Come si sfata quello che lei chiama «il mito dell’equilibrio» del reddito fra le due aree del Paese?

1170203_50730_nordsud«Esiste un’infinita documentazione, fatta di studi ed esperienze che dimostrano che il divario “vero” non è tanto legato alla ricchezza pro capite, ovviamente reale e rilevante, quanto alle condizioni di vita. Dall’abbandono scolastico alla fuga dei cervelli, ai servizi essenziali per ogni cittadino. Un esempio emblematico è il divario Nord-Sud nei servizi all’infanzia. Un divario che aumenta incredibilmente se rapportato con il resto d’Europa e che dovrebbe essere la priorità di una politica minimamente attenta al futuro dell’Italia. In Calabria la copertura di asili nido è poco più del 2%, mentre in Emilia Romagna la percentuale di bambini presi in carico dai servizi per l’infanzia è del 27,3%. Un enorme scarto di opportunità che vale anche per tante altre aree del Sud rispetto a quelle del Centro-Nord. Un divario di cittadinanza che parte dalla tenera età e prosegue, crescendo e intrecciandosi con altre criticità, fino alla maturità e oltre».

La sua è una critica anche alla classe dirigente meridionale, colpevole «di trovare alibi e di scaricare altrove le proprie responsabilità» e di non accorgersi del tesoro che c’è nel Mezzogiorno. Tutto ciò è semplice incompetenza o la conseguenza di cause più gravi?

«È il frutto di visioni e pratiche politiche distorte dalla logica dell’offerta, per cui c’è un centro, Roma, Bruxelles, le Regioni, che decide gli interventi, dove e come distribuire finanziamenti, intrecciandosi, e in parte causando, con forme e pratiche di clientelismo, corruzione, illegalità. Tutto questo porta ad una selezione della classe dirigente che segue altri criteri rispetto a quelli della meritocrazia e della responsabilità. A questo, però, si associa anche la “frustrazione” di una classe dirigente meridionale che, nella logica del divario di Pil, è stata costretta a inseguire livelli di ricchezza difficilmente raggiungibili».

È saltata la logica fondante del welfare del ‘900, ma rimane l’esigenza di risarcire chi rimane indietro, di distribuire la ricchezza, nonostante la pochezza di risorse. Lei parla di welfare di comunità. Cos’è esattamente?

«Le amministrazioni pubbliche non sono le uniche oggi ad occuparsi di politiche pubbliche, questo impegno è assunto anche dal terzo settore e dal volontariato. Ciò emerge con particolare evidenza nei momenti più difficili, come le emergenze e come la congiuntura economica che stiamo attraversando. In questo senso si parla di “welfare di comunità”: una forma di sussidiarietà di tipo territoriale che vede il mondo del non profit in prima linea in un’attività che si affianca, ma che non può sostituire, l’intervento pubblico. Lo Stato non può essere il solo attore nelle politiche sociali, ma non può neanche delegare il no profit ad assolvere compiti e responsabilità che gli sono proprie. Occorre trovare una sinergia basata sul dialogo tra istituzioni, terzo settore e cittadini. In questo periodo di grave scarsità di risorse siamo in presenza di una fase di aut aut nel mondo del terzo settore. La soluzione è tentare di ridelineare i rapporti tra pubblico e privato nell’ambito del welfare introducendo il concetto di “innovazione”, sia nel mondo del terzo settore sia nella Pubblica amministrazione. C’è una scarsa propensione a sperimentare modelli di intervento nuovi, con una separazione tra interventi per la formazione e interventi sul sociale. Il rischio è che l’inerzia blocchi l’innovazione».

Coesione sociale, capitale sociale, esercizio della responsabilità, cultura del bene comune. Tutte questioni che implicano un cambiamento culturale. Quali sono e da chi provengono le resistenze nei confronti di questa nuova frontiera per il Mezzogiorno?

«Da più parti. Da chi ovviamente perde una sua funzione storica nel cambio del paradigma, ma anche da noi stessi meridionali. Siamo stati abituati per troppo tempo a pensare che un cambiamento non sia possibile; ma è arrivato il momento di rimboccarci le maniche per realizzarlo, superando la rassegnazione e smettendola di aspettare, costruendo il futuro con le nostre mani, con impegno e responsabilità».

salernoreggio

Il terzo settore salverà il Sud? E se si a quali condizioni?

«Il Sud sta seduto su un tesoro e crede di trovarlo altrove. È una frase molto bella di Erri De Luca, che fotografa bene la situazione del nostro Mezzogiorno, ma che indica anche la strada da seguire. Il tesoro di cui si parla è il patrimonio culturale, ambientale e storico del Sud. Le sue bellezze paesaggistiche, le sue tradizioni, ma anche il suo capitale umano. Per proteggere questo tesoro e per far sì che dia i suoi frutti un importante ruolo dovrebbe essere dato al terzo settore, perché sa esprimere una classe dirigente potenzialmente tra le migliori al Sud. Le ultime vicende di cronaca che lo hanno coinvolto non devono farci dimenticare che il mondo del non profit sa essere portatore di esperienze e buone pratiche che, nei fatti, sono pezzi di politica vera nei territori. E mi riferisco anche alle dinamiche di rete che incrementano percorsi di economia civile e lo sviluppo di un welfare di comunità. Se abbiamo in testa un modello che non insegue a qualunque costo improbabili livelli di ricchezza, ma lo sviluppo ordinato e duraturo dei nostri territori, potremo costruire un Mezzogiorno migliore».