«C’è un collegamento fra la fuga dei cervelli e la corruzione». A dirlo è stato il presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione Raffaele Cantone, durante un convegno che si è svolto di recente a Firenze.

Non è la prima volta che il responsabile dell’Anac parla di un collegamento fra azioni corruttive e abbandono del suolo natio delle migliori giovani menti italiane. Cantone ha affrontato il tema a fine giugno, durante un intervento presso l’Istituto dei Fratelli Maristi a Giugliano in Campania. Il magistrato è stato relatore di una delle lezioni di ‘LexLab-Laboratorio di buona amministrazione locale’, Scuola di Formazione all’Impegno Sociale e Politico organizzata da Eupolis, associazione culturale e di promozione sociale della Diocesi di Aversa.
Nella relazione, Cantone ha posto l’attenzione sulla prevenzione e sui danni al tessuto sociale provocati dalla corruzione. Un discorso effettuato prima del terremoto che ha colpito l’alto Lazio e le Marche, e prima del caso Raggi-Olimpiadi. Non ‘condizionato’, quindi, da tali eventi. «Proviamo a partire da un esempio banale – ha esordito il presidente dell’Anac -. Se un soggetto vince un appalto corrompendo ci si potrebbe chiedere: chi sono i danneggiati? Da una prima lettura i concorrenti e la Pubblica Amministrazione, perché ha dei funzionari infedeli. Ma a noi cittadini cosa interessa se il lavoro lo fa Tizio o Caio? L’importante che la strada sia asfaltata. Ma la corruzione fa male alla collettività. Fa danno perché molte ditte, sapendo che quella gara è in odore di illegalità, non vi partecipano. La corruzione, quindi, è uno strumento che limita la concorrenza. Di conseguenza, i soggetti che partecipano alla gara d’appalto truccata non offrono servizi migliori. In un sistema di corruzione c’è scarsissima possibilità di innovazione delle imprese, perché non devono dimostrare di essere brave».

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Dopo concorrenza e innovazione, Cantone chiarisce cosa lega la corruzione alla fuga dei cervelli. «Nella scelta dei dipendenti, le imprese che utilizzano il sistema della corruzione non hanno alcun interesse ad assumere i migliori tecnici. Assumeranno quelli raccomandati, quelli segnalati dagli stessi poteri che hanno consentito di vincere gli appalti. Questo spiega lo strano accostamento fra corruzione e fuga dei cervelli. È dimostrato che nei Paesi in cui è alta la corruzione è alta anche la fuga dei cervelli. In Italia la fuga dei cervelli è ancora più alta perché, accanto la corruzione, si aggiunge la presenza della criminalità organizzata».

L’ultimo passaggio sui danni della corruzione è quello che più di tutti incide sui cittadini. «Non è affatto vero – secondo Cantone – che un sistema di corruzione consente di fare le opere. Abbiamo visto cosa è successo. Sono caduti viadotti sui quali non era passata neanche una bicicletta. In un sistema corrotto chi paga la corruzione non la paga di tasca propria ma la fa pagare sulla qualità delle opere. La corruzione, quindi, è un reato che danneggia i cittadini, con effetti anche molto difficili da individuare. Come si valuta nel Paese l’effetto indiretto della fuga dei cervelli? Se noi partiamo dall’idea che la corruzione è un danno, noi dobbiamo provare a capire come sconfiggerla».

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E qui il magistrato entra nel merito di cosa fare per estirpare tale metastasi dalla società. «È chiaro che la necessità di una forte repressione è indispensabile. La corruzione deve essere punita severamente. Però la repressione non è sufficiente. La corruzione è un reato difficile da individuare. Tecnicamente è un reato contratto. Due soggetti si mettono d’accordo e ottengono entrambi dei vantaggi. Nessuno dei due ha l’interesse a far emergere il reato. E questo rende evidente un secondo passaggio: la difficoltà della repressione di poter raggiungere tutti gli episodi di corruzione. In tutti gli Stati civili si stanno mettendo in campo attività di tipo preventivo. La prevenzione non è uno strumento che serve per scoprire la corruzione. Serve ad evitare che i fatti di corruzione si verifichino. È evidente che i risultati della prevenzione non sono visibili. Nella prevenzione il risultato tu lo verifichi perché nessuno viene arrestato e condannato».

Se noi partiamo dal fatto che all’interno delle P.A. ci sono solo ladri la partita è già chiusa. Non è assolutamente vero. Bisogna fare emergere le parti migliori.Prevenire la corruzione in Italia può essere considerato un’utopia ma per Cantone la strada è ormai segnata. «Solo con la legge Severino abbiamo finalmente messo in campo una politica di prevenzione che fonda su tre strumenti: valorizzare le P.A., con la necessità che siano le stesse a prevedere regole anticorruzione, la trasparenza e l’assenza di conflitti d’interesse. Sul primo strumento, qualcuno potrebbe dire: mettiamo in mano la prevenzione alle stesse P.A. dove ci sono i ladri? Questo punto di partenza è sbagliato. Se noi partiamo dal fatto che all’interno delle P.A. ci sono solo ladri la partita è già chiusa. Non è assolutamente vero. Bisogna fare emergere le parti migliori. Ogni P.A. deve dotarsi di un Piano di prevenzione della corruzione. Questo piano fino ad oggi, purtroppo, ha funzionato malissimo. Ogni soggetto che dirige una P.A. sa dove si annidano i problemi. Il Piano di prevenzione della corruzione svolge il ruolo di individuare le aree di rischio e di sterilizzarle. Il secondo passaggio è la trasparenza. Quando le attività della P.A. sono pubbliche è molto più difficile che si verifichino fatti di corruzione. La trasparenza rappresenta lo strumento principale perché introduce la forma di controllo che più funziona, la forma di controllo dei cittadini. Noi l’abbiamo introdotta, con difficoltà ma facendo anche grandi passi in avanti in tempi brevissimi. Oggi tutti gli enti hanno l’obbligo di avere un sito nel quale devono essere inseriti una serie di informazioni che possono essere consultate e scaricate dai cittadini. Il sistema è stato successivamente implementato con il decreto 97/2016. Ultimo passaggio, i conflitti di interesse. Se in un’amministrazione ci sono soggetti che hanno interessi confliggenti con quelli dell’amministrazione stessa, quest’ultima ha più probabilità di essere esposta a fatti di corruzione. Se io, ad esempio, sono il responsabile dell’ufficio acquisti di una azienda sanitaria locale e mio figlio, mia moglie, mio nipote, la mia fidanzata lavora nella ditta che è il principale fornitore dell’Asl e tutto questo non viene reso pubblico, il mio comportamento è quantomeno dubbio. L’altro grande ambito riguarda il sistema degli appalti. Il Codice degli appalti, entrato in vigore da poco, sta provando a cambiare la filosofia di come dovranno funzionare gli appalti. Non limitando i poteri della P.A., al contrario provando ad ampliarli attraverso maggiori regole di trasparenza che devono rendere evidente tutto quello che accade. Questo è il sistema che si sta provando a mettere in campo nel nostro paese. È un sistema sul quale l’Autorità svolge una funzione di controllo e attraverso questa funzione di controllo prova a creare le condizioni per cui le amministrazioni accolgano queste regole non in modo burocratico. Perché ad oggi le amministrazioni – conclude amaramente Cantone – hanno accolto queste regole come l’ennesima burocratizzazione poco utile».

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